L’ABITO NON FA IL MONACO

Un proverbio che non fa una piega. Come dobbiamo talvolta diffidare delle apparenze, così non dobbiamo dare giudizi precipitosi e superficiali.

Un vestito non fa la persona, né nel bene né nel male. Sembra un concetto semplice, quasi banale, eppure sappiamo che talvolta l’immagine lascia un’impronta o genera velocemente una valutazione.

Mentre l’estetica, il look, la moda, hanno lungamente lusingato e sedotto imponendosi come una sorta di seconda pelle, si è fatto largo il desiderio e il bisogno di spogliarsi del lifting per essere riconosciuti per caratteri e qualità intimi e personali.

Noto ultimamente spaccature e insofferenze. Da una parte i patiti della cura di sé e del fashion, dall’altra quelli che rivendicano la libertà della naturalezza.

I modelli di riferimento sono diventati difficili da seguire e, nello stesso tempo, qualcuno si è proprio stufato di seguirli. Ciascuno ha una personalità e con quella dovrebbe vivere e convivere, in effetti.

A me questo argomento appassiona parecchio… Il GLAMOUR CUORE E CERVELLO è la sintesi magnifica di due ispirazioni che forse possono mettere tutti d’accordo:

-un guardaroba cool può essere un gioco di autonomia, euforia e divertimento;

-la bellezza intesa come attenzione a sé, al corpo, all’abbigliamento, può esprimere e nutrire quella interiore.

L’ABITO NON FA IL MONACO ma il monaco magari indossa una tunica perché lo identifica in qualcosa in cui crede e che risponde al suo ben-essere.

Convenzione vuole ci siano panni da cerimonia, mise per circostanze ufficiali, soluzioni casual per il tempo libero. Ma anche la convenzione, appunto, è un limite, se la viviamo come un diktat senz’anima. In realtà credo si possa portare un po’ di allegria anche dentro un camerino di prova o davanti a uno specchio, no?

D’accordo con la voglia di non essere etichettati per questa o quella scelta di look ma d’accordo anche con il piacere di dare al proprio look il compito di rappresentarci.

Il buon gusto non è mai legato al lusso, l’ho ripetuto molte volte. Del resto è bello un mondo variopinto di identità che si infilano nell’abito più adeguato ai loro sentimenti e alla loro fantasia.

Dobbiamo indagare, se mai, tra vezzo e schiavitù, tra gioia e ostentazione.

E poi smetterla di fermarci alla facciata.

Le Donne più che altro sono spesso vittime, del loro armadio, della loro scarpiera, del loro beauty case. Vittime perché vengono considerate in un modo o nell’altro in base a come si presentano, si agghindano, si truccano. Questo fa davvero perdere di vista la sostanza, come se la forma avesse per principio il sopravvento. Se è vero che ciò che mettiamo racconta parecchio di noi, è pur vero che prima di muoverci a commentare opzioni e stile altrui dovremmo ricordarci la delicatezza e il rispetto.

Avete presente certi look fatali e aggressivi che celano profonde insicurezze?

Avete presente certe combinazioni super castigate, anonime, quasi sciatte, che nascondono potenti e castranti timidezze?

Gli esempi che potrei fare sono infiniti.

L’intelligenza-guida dovrebbe farci moderare le posizioni. Molto. Forse possiamo imparare a fare virtù di un po’ di quello che un vecchio proverbio ci insegna. Non mettiamo marchi a fuoco su alcuna apparenza e non mortifichiamo l’esuberanza con la quale ci garba vestirci o mostrarci.

Per riuscire dobbiamo pensare a cosa possiamo perdere, tutte le volte che ci lasciamo influenzare dalle apparenze invece di andare oltre.