Essere lamentosi è un tratto caratteriale o un’abitudine?

Propendo per la seconda ipotesi. Ci caschiamo un po’ tutti, se non proprio al vittimismo oltranzista, all’uso quotidiano del lamento. Ci lamentiamo di quello che ci capita, di quello che non abbiamo, di un contrattempo, del cattivo tempo, delle persone che ci indispongono, dei programmi che non filano lisci come l’olio.

Ci lamentiamo per essere al centro delle attenzioni di consolazione, forse.

Ci lamentiamo perché ci sentiamo perseguitati dalla sfortuna. O ci lamentiamo magari perché mal tolleriamo che qualcosa vada storto e ci faccia perdere tempo. O, chissà, ci lamentiamo semplicemente perché ‘non ci accontentiamo mai’.

Spesso finiamo per ripetere la stessa cosa decine o centinaia di volte, affondando il coltello sempre nella stessa piaga. Oppure è un circolo vizioso: a furia di insistere ci identifichiamo con le ragioni del lamento, non riusciamo più a vedere altro che quello che ci turba o ci arreca fastidio.

Rischiamo di autocommiserarci per automatismo: di ogni cosa e con chiunque.

“Ci abbandoniamo a quel corpo di sofferenza che è un <drogato di infelicità>”, come sostiene in modo illuminante Eckart Tolle. Rimuginiamo e brontoliamo, continuamente. Così non facciamo che ingigantire e accumulare emozioni negative e perdere o trascurare tutto ciò che di bello abbiamo intorno o dentro di noi.

In effetti il lamento non è lo sfogo salutare. Insomma se a un’amica confidiamo un malessere, se con nostro marito o nostra moglie piangiamo su un problema, se al collega esprimiamo il disagio di una situazione a lungo sopportata, stiamo solo condividendo uno stato d’animo e una situazione: ci alleggeriamo di un peso, chiediamo un sostegno, cerchiamo un confronto. Questo non è solo umano, è giusto e positivo!

Lo sfogo è una parentesi, chiusa la quale la nostra vita e le nostre percezioni tornano a scorrere in modo limpido. Il lamento non ha fine e intorpidisce i nostri pensieri: diventa un’ombra minacciosa e sfiancante.

Peraltro…minacciosa e sfiancante anche per chi ci sta accanto! Il lamentoso è concentrato sui guai e su di sé, ha scarsa dimestichezza con l’ottimismo e ascolta e vede poco gli altri.

Possiamo fare un balzo in avanti e lasciarci il lamento alle spalle?

Direi che possiamo e dobbiamo!

Forse non sarà facilissimo ma sicuramente ne vale la pena.

Il primo passo è fermarci a pensarci su. A tutte le volte che ci lamentiamo e a tutte le volte che dimentichiamo di essere grati alle cose o ai momenti meravigliosi che abbiamo o viviamo. Il secondo è imporsi un po’ di autocontrollo: imparando ad accorgerci di quando ci lamentiamo possiamo puntare la sveglia e darci un limite! Il terzo passo può essere direzionare intensamente l’attenzione su gioie o eventi positivi facendo il pieno di buona energia.

Vogliamo aggiungere un altro passo? Ecco, il quarto è ‘mettersi nei panni degli altri’: di quelli costretti a sorbire i nostri lamenti ogni giorno, di quelli che stanno molto più male di noi, di quelli che nonostante il finimondo ci regalano un sorriso e tanta speranza.