Talvolta nelle relazioni diamo per scontata la reciprocità.

Sul lavoro, in amore, nell’amicizia, riteniamo di dare e ricevere, di amare e essere amati, di rispettare e essere rispettati.

Al di là della gratitudine, indipendentemente dall’educazione e dalla gentilezza, oltre al bisogno e al sostegno, troviamo naturale che i nostri comportamenti di affetto, di attenzione, di riguardo, di collaborazione, siano ricambiati.

Forse ci capita anche, inconsciamente, di nutrire aspettative. O, almeno, di restare sbalorditi, delusi e feriti se l’altra parte tradisce le nostre disponibilità, la nostra correttezza o la nostra generosità. Crediamo che il bene che auguriamo e di cui ci preoccupiamo sia anche il bene che ci viene augurato e a cui gli altri tengono: se scopriamo che non è così, inevitabilmente soffriamo.

Può anche succedere di provare tristezza o rabbia se non otteniamo aiuto, riconoscenza, riconoscimento, delicatezza, giustizia, dalle persone per le quali abbiamo profuso energie.

La vita non è una reciprocità perfetta e, sia chiaro, non deve esserlo. Io posso donare una Ferrari e avere in dono un peluche, se chi acquista il peluche non ha altre possibilità e fa quel regalo con tutto il cuore. Il concetto di reciprocità è nel pensiero. La stima, la passione, il riguardo, la simpatia, la benevolenza, sono negli atteggiamenti, nelle parole, nei fatti. Ciascuno come può, se vuole, esprime il massimo!

E quando non c’è la reciprocità?

Possiamo amare qualcuno e non essere corrisposti, forse. Possiamo apprezzare qualcuno nonostante il fatto che quel qualcuno non dimostri altrettanto apprezzamento. Ma possiamo accettare di ricevere addirittura il contrario di ciò che esprimiamo noi?

Forse dovremmo allenarci alla santità!? Non è affatto facile, in effetti.

Ma più di tutto, mi chiedo: che senso ha e vale proprio sempre la pena? In alcuni casi probabilmente sì: l’anima che amiamo, sebbene non impazzisca per noi, può magari restare in cima alla lista del nostro smisurato sentimento. Negli altri dubito sia granché opportuno, utile, sostenibile e spiegabile. Chi ci mortifica non è così degno di ogni nostro sforzo e di ogni nostra buona azione!

Quale stima merita chi ha preso ogni nostra migliore intenzione, ogni nostra lealtà, ogni nostro contributo e ne ha fatto un falò cestinabile con l’indifferenza o, peggio, con una condotta malevola?  

Può darsi resti un dilemma irrisolto. Io però mi sento molto terrena e tendo a fare il tifo per la reciprocità. No, non metto rigidamente sulla bilancia quello che do e quello che ricevo, ma ci metto quello che le persone sono e manifestano. Scelgo di rimboccarmi le maniche per chi fa altrettanto per me, scelgo di onorare chi è altrettanto sensibile ad onorare impegni, doveri, principi e valori.

L’allievo Tse Kung chiese: Esiste una parola che possa esser la norma di tutta una vita? Il maestro rispose: Questa parola è ‘reciprocità’. E cioè, non comportarti con gli altri come non vuoi che gli altri si comportino con te.
(Confucio)

Queste riflessioni sono derivate da fatti realmente accaduti, da constatazioni personali, da vicende per le quali ho palesemente riscontrato una totale assenza di reciprocità: che amarezza!