La pandemia ci ha collocato in una sorta di <tempo sospeso>. Ha interrotto progetti, ha stravolto abitudini, ha imposto rinunce. Ci ha fatto riscoprire alcune cose, ci ha lasciato ore per pensare, ci ha posto nuove domande.

Guardiamo al futuro con trepidazione. Un po’ di entusiasmo e un po’ di timore.

Abbiamo lottato contro qualcosa di invisibile che ci è parso potesse inghiottirci.

Ci ha fatto maturare la voglia di “normalità” e insieme la paura di trovare una realtà cambiata. Cambiata forse come noi.

Ci ritroveremo migliori o peggiori? Riprenderemo le fila della nostra esistenza o avremo svolte e nuovi inizi?

Nella migliore delle ipotesi, se ne usciamo sani e salvi e senza strazianti perdite, avremo ancora i sogni. Quelli che probabilmente neanche un virus può portarci via.

Qualcuno pensa alle vacanze, qualcuno ha già rimosso la possibilità, qualcuno attende gli eventi per decidere, qualcuno coltiva altri interessi.

Ma tutti sembrano avere bisogno di CONFORTO. Una sensazione che assomiglia agli abbracci che abbiamo a lungo rinviato, alle mancanze che ci auguriamo di colmare, alla quiete che speriamo arrivi, agli spazi e ai momenti che ci fanno gustare benessere e gioia.

Tutto dipende da come saremo, via via che la vita tornerà a scorrere per strada, con i guanti e le mascherine. Tutto dipende da cosa ci siamo portati dentro e dietro, da quello che incontreremo intorno, da quello che ci verrà dato o negato.

Qualcuno tornerà al suo lavoro, qualcuno sarà disperato perché l’ha perso, qualcuno avrà splendide occasioni nuove, qualcuno sentirà di non avere più terra sotto i piedi. Questo punto interrogativo è quello che ha dilatato il <tempo sospeso>: un’incertezza destabilizzante, che ha dato uno scossone alle certezze o che ha ribaltato le prospettive.

Ci penso tanto, come tutti immagino. Penso soprattutto a quanto questo possa unirci o dividerci. A quanto l’esperienza di una specie di black out possa aver ispirato sentimenti positivi o sentimenti negativi. A quanto ci abbia reso capaci o incapaci di guardare avanti.

Dipendiamo da un’infinità di variabili. Lo abbiamo appreso con dura chiarezza, in questo periodo. Io continuo però a credere che dipendiamo anche da noi stessi, da quello che vogliamo con tutte le forze.

Per questo parlo di conforto e di sogni cui non tarpare le ali. Ce lo dobbiamo e lo dobbiamo a tutti, per ripartire davvero. Tengo molto ai SOGNI, chi mi legge da molto lo sa. Sono convinta che valga sempre la pena fare sogni grandi e sognare con vigore. Solo così ci diamo una chance.

E forse oggi non abbiamo alternative: dobbiamo darcela.

Non si accenderanno splendide luci se non azioneremo tutti l’interruttore.

Io sono dispiaciuta per i viaggi che non ho fatto, per le avventure che ho dovuto rimandare a chissà quando, per gli amici che non ho visto. So che è poca cosa, rispetto a chi oggi è in balia di grossi problemi, per chi porta sulle spalle fatiche immani, per chi piange chi non c’è più, per chi respira il tormento di non avere più riferimenti. Eppure basta per riflettere. Su quanto i sogni di ciascuno siano la ricchezza da tenere in mano e nel cuore. Per non permettere a nessuno di cancellarli per sempre.

Non so cosa succederà, cosa ne sarà di noi tra un mese, tra due mesi o tra un anno. Magari rialzeremo la testa, magari lotteremo con la tristezza, magari avremo un orizzonte sereno davanti agli occhi. So che quello che vorrei è un CONFORTO per tutti: una sorta di carezza universale che rimetta in linea con la vita.

E allora questo è anche un impegno da prendere. Quello di essere il conforto di qualcosa o qualcuno. Così da innescare un prodigioso effetto domino: un contro-virus che si diffonda con la stessa potenza e velocità.