Avete fatto caso sicuramente al fatto che il coronavirus non ha sollevato solo problemi e approcci differenti ma anche stati d’animo, differenti.

C’è chi ha provato più paura, chi più tristezza, chi più preoccupazione.

Ovviamente in parte ciò è derivato dalla situazione individuale. Qualcuno è stato colpito da vicino dalla malattia, qualcuno è rimasto atterrito davanti alle notizie disastrose, qualcuno ha pagato conseguenze economiche e lavorative, qualcuno ha patito l’isolamento del lockdown.

Ma è derivato anche dall’atteggiamento mentale, dalla sensibilità, dalla percezione del problema, dal punto di vista. Ciascuno di noi insomma ha tirato fuori e tira fuori in questo periodo quello che è, i valori che ha, le priorità in cui crede.

A me sono mancate come a tutti molte libertà e spero di poter riprendere i miei voli e i miei viaggi ma oggi più che mai mi piacerebbe capire cosa abbiamo espresso e cosa esprimeremo in questo tempo precario.

La pandemia in qualche modo è stato un banco di prova della sofferenza o, meglio della nostra resistenza alla sofferenza. Per le abitudini spazzate via, per le restrizioni, per le nuove norme di sicurezza, per il rischio di essere contagiati o di vedere i nostri cari ammalarsi, per le mancate entrate, per le attività in pericolo.

Pare di esserci svegliati in un altro mondo, uscito dalla fantasia di un libro o di un film. Invece è realtà, che finirà sui libri di storia, che domani ricorderemo, che i posteri commenteranno.

Voleva forse allenarci all’imprevedibilità? Farci arretrare le aspettative? Rallentare le nostre corse e le nostre smanie? Ridarci un senso di orientamento più umano?

Come un test, il Covid-19 sfida la nostra pazienza, la nostra speranza, la nostra perseveranza, la nostra vitalità. Sfida anche la nostra economia e la nostra cultura della socialità.

Ci limita, ecco. E limitandoci sembra volerci temprare. Quasi volesse indurci a dare fondo a tutte le nostre risorse per affrontarlo e vincerlo. Sta attraversando il mondo mettendolo a ferro e fuoco, sta attentando ai nostri nervi, alla nostra fiducia, ai nostri progetti. Quasi un mostro invisibile che leva letteralmente il respiro.

Curiosamente è proprio questo, che provoca: oppressione, soffocamento.

Siamo animali sociali e nella gabbia della quarantena stiamo male.

Le riaperture, parziali e graduali, fanno esultare alcuni e terrorizzare altri.

Ci sfugge. Ci sfugge quello che non vediamo e ci colpisce alle spalle.

Non avremmo neanche potuto immaginare, una vita sotto la spada di Damocle del Covid. E non riusciamo ad immaginare un futuro incerto. Cerchiamo e invochiamo la “vita di prima” ma ci sarà davvero?

L’ipotesi che fa la scienza è che dipenda da noi, da quanto tempo saremo in grado di aspettare una soluzione, da quanto tempo sapremo reggere un’esistenza a metà. E io mi chiedo quanto ci costerà, in tutti i sensi, soprattutto psicologicamente. Mi chiedo se perderemo l’istinto agli abbracci rinviati, mi chiedo se riavremo la serenità, mi chiedo se i poveri sopravviveranno.

Io mi tengo caro l’ottimismo, auguro momenti migliori a tutti e sono persuasa che ce la metteremo tutta, per essere Uomini e Donne all’altezza di questa situazione. Però sono in pena e non posso negarlo. Per quanto da questo blog abbia sempre fatto appello alla forza d’animo, non riesco a non pensare a tutta la sofferenza che si è diffusa con la stessa spietata potenza di un virus.

Non mi abbatto e vi prego di non abbattervi ma siamo chiamati a trovare con ogni mezzo vie d’uscita da questo dolore. Teniamoci vicini.