Ma davvero ci voleva un virus per ricordarci che siamo mortali?

Che non possiamo che vivere il presente, che siamo responsabili di ciò che rinviamo e non godiamo, che non abbiamo certezza del futuro?

Il TEMPO PRESENTE ce lo siamo dimenticati spesso, non c’è alcun dubbio. Ci siamo ripiegati sul passato in nostalgie e rimpianti oppure ci siamo giocati tutto programmando il domani.

Ora in tempi di restrizioni ci balza addosso tutto quello che abbiamo perso per strada, tutto quello che ci manca da morire, tutto quello che davamo come una gioia scontata. Siamo arrivati a sognare una pizza con gli amici, una bella piega fatta dalla parrucchiera, una passeggiata allegra in compagnia. Cose che erano <normali>, come se niente e nessuno avrebbe mai potuto metterle in discussione.

Ora in tempi di restrizioni scopriamo una sfilza di sensazioni meravigliose che speriamo di riprovare. Anche solo una colazione al bar tra i sorrisi e gli sbadigli di mille altri avventori, un giro per vetrine, una gita fuori porta. Momenti nei quali entravamo e uscivamo senza un sobbalzo. Momenti sui quali non soffermavano quasi l’attenzione.

Ora in tempi di restrizioni bramiamo saluti, baci, abbracci, strette di mano, vicinanze. In famiglia, con gli amici, tra colleghi. Tutto ciò che prima era ordinario, faceva parte di una routine praticata magari senza trasporto. Tutto ciò che adesso sembra un lusso che speriamo ardentemente di ritrovare.

Ora abbiamo provato il SENSO DI PRECARIETA’. Con la paura e la fragilità che ci fanno tremare. Con l’incertezza che sembra toglierci forze e direzioni. Con i valori, i bisogni e i sogni che vagano smarriti in attesa di quiete e possibilità.

Nonostante quello che di brutto il virus ha portato, questo senso di precarietà che si è insediato sotto pelle deve farci gridare evviva!

Siamo umani e siamo precari. Siamo umani, siamo precari e dobbiamo esserne consapevoli.

Non è una debolezza, se mai dovrebbe essere una risorsa di SENSIBILITA’.

Il tempo ci dirà se torneremo a mangiare il gelato fianco a fianco ad altri golosi, se lavoreremo di nuovo gomito a gomito con gli altri senza guanti e mascherine, se potremo accomodarci ancora in gruppo al ristorante chiacchierando serenamente. Ma il tempo ci dirà anche se abbiamo imparato la lezione, se finalmente ci daremo una vita da umani, precari, consapevoli.

Evviva. Nel dolore e nelle difficoltà abbiamo un’occasione. Quella di fare un passo avanti, di crescere e di essere sempre pienamente NEL PRESENTE.

I nostri sensi amplificati significano occhi nuovi, spirito nuovo. E forse sì, ci voleva un dannato microscopico potenziale killer, per scuoterci.

in questi giorni, in queste settimane, in questi mesi, di insicurezza, di tristezza, di preoccupazione, cerchiamo di intravedere una sorta di luce: qualcuno la chiama uscita dal tunnel. Ma quella luce l’accendiamo se anche noi cambiamo, se anche noi ci ritroviamo, se impariamo il messaggio della precarietà.

Non dobbiamo solo potere avere una libera uscita, dobbiamo apprezzarla, dobbiamo goderla, dobbiamo stringerla con gratitudine.