Preoccupati di ciò che pensano gli altri e sarai sempre loro prigioniero (Lao Tzu) 

La paura del giudizio altrui è uno dei freni più comuni. Sembriamo nascere sotto l’inesorabile destino di dover compiacere gli altri. Umano, in effetti, se pensiamo quanto lo sia il desiderio di essere amati e accettati.

È da questo, principalmente, che deriva il terrore di non essere compresi, di essere esclusi, di essere umiliati. Come animali sociali abbiamo bisogno di essere parte del gruppo, di essere riconosciuti. Un istinto, di sicurezza e di pace emotiva.

Non possiamo infatti fare spallucce al mondo. Cresciamo e viviamo in una famiglia, in un contesto scolastico e lavorativo, in un nucleo di amicizie e frequentazioni. La maggior parte della nostra stessa esistenza è fondata su RELAZIONI e questo ci induce a ritenere sia essenziale, al loro interno, un’approvazione.

Il timore di non essere approvati in realtà cela insicurezze ed equivoci.

La nostra crescita personale, la nostra evoluzione, la nostra serenità passano innanzi tutto dall’amore che ci diamo e questo deve farci sgombrare il campo dalla continua castrazione di sé, dalla necessità di avere sempre le altrui conferme, dall’incubo di non piacere, dalla strenua fatica di aderire a qualche modello che non è nelle nostre corde.

Sapete che c’è? C’è che non piaceremo mai a tutti e che ci sarà qualcuno che ci criticherà comunque, non è un dramma. Anzi. Fa parte delle meravigliose differenze, delle persone e della vita. Così come fa parte della nostra forza interiore farcene beatamente una ragione.

Questo peraltro scioglie anche una serie di equivoci a catena. Essere parte integrante della comunità non significa mortificare se stessi. Non è soggiacendo sempre al giudizio altrui che vivremo felici, appagati e acclamati. Chiaro?

In linea di massima, bisogna pur dirlo, agli altri -se togliamo i criticoni cronici che si condannano da soli- non interessa affatto averci a metà. Il mondo gode della nostra unicità, della nostra originalità, della nostra identità. Esattamente come possiamo e dobbiamo goderne noi.

Non possiamo aspirare alla perfezione. No, non saremo mai perfetti!

Il modo migliore per avvicinarci, umilmente, è fare tesoro della propria autenticità.

Se a quelli intorno a noi non garba, pazienza!

Questo, sia chiaro, non vuol dire affatto fare gli anticonformisti ad oltranza, fare tabula rasa delle buone regole di convivenza, mancare di rispetto a legittime aspettative altrui, venir meno ai doveri e alle lodevoli norme di corretto comportamento…significa unicamente liberarsi dal fardello del giudizio.

Quello che siamo e quello che facciamo risponde innanzi tutto ai nostri valori, ai nostri desideri, ai nostri principi, ai nostri sogni. Non a mostrare qualcosa agli occhi altrui.

Dobbiamo smetterla. Smetterla di sentirci dei sorvegliati speciali o di avvertirci sbagliati ogni qual volta non si alza il coro di applausi.

Con questo non dobbiamo neppure tapparci le orecchie. Una critica costruttiva è sempre da prendere al volo ma è altra storia. L’incubo del giudizio è un pessimo compagno di strada: ci stravolge e, per giunta, neanche ci garantisce l’acclamazione!

Un po’ alla volta dobbiamo lasciare che la nostra autostima sia più energica di qualsiasi impulso contrario. Senza catene, fuori dalla prigione, ci esprimeremo sicuramente in maniera migliore.

Senza forzature, naturalmente. Lo ripeto perché è importante: essere se stessi, come spesso si dice e si ripete, non implica necessariamente essere bastian contrari e fare crociate contro tutto e tutti. Si traduce invece, se mai, in LEGGEREZZA. La leggerezza della spontaneità, la leggerezza della verità, la leggerezza dell’intensità.

E allora, peraltro, avremo maturato un istinto meraviglioso: il rispetto di sé, della vita, degli altri.

Stanno ancora giudicando?

Porgi loro il sorriso della tua compassione, forse non sono liberi come te.