Quante volte non ci viene chiesto “come stai”? Quante volte ci viene chiesto come una formula di circostanza, senza alcun interesse? E…quante volte capita anche a noi di chiederlo distrattamente?

So bene che talvolta dall’altra parte della domanda ci aspetta qualcuno che non vede l’ora di scaricarci la sua infelicità addosso o di inondarci di belle parole sulle sue fantastiche imprese. So bene che talvolta improvvisiamo tutti una risposta casuale e generica perché non abbiamo voglia di parlarne, perché non vogliamo intristire nessuno, perché non ci fidiamo troppo dell’ascolto buono e generoso dell’interlocutore. So bene che talvolta ci esce la domanda come un automatismo ma non abbiamo tempo e forze per assorbire veramente la risposta.

Però…

Però è ora di alzare la nostra soglia di attenzione, di empatia, di condivisione, di relazione. Almeno con le persone cui teniamo, almeno con le persone di cui ci fidiamo, almeno con le persone che dimostrano sensibilità.

Ciao…come stai?

Una piccola ma delicatissima domanda che entra nel vivo della vita. Se siamo di corsa è meglio evitare di formularla. Se non vogliamo rispondere è meglio glissare con grazia. Ma quando tra due persone ci sono affetto, stima, frequentazione, non possiamo usare leggerezza. Non dobbiamo.

Prendo un impegno solenne. Pronuncerò la fatidica frase “Ciao…come stai?” solo quando avrò davvero animo per ascoltare parola per parola, quando mi sentirò vicina a quella persona, quando potrò dedicarle rispetto. E prendo anche un altro impegno. Quando mi verrà chiesto, da un amico o da un’amica, risponderò sempre con il cuore.

Naturalmente resta in vigore il principio per cui è assolutamente ingiusto ‘approfittare’ di una domanda di autentica gentilezza per monopolizzare la scena e sfogare con esorbitante enfasi ogni sorta di dolore o di gloria. È un momento di umanità intensa da trattare con cura.